Martedì, 9 febbraio 2010 - ore 10:21

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Da Amici di Alberto.

Questa sezione è dedicata, non tanto (ovviamente) alle prime pagine dei giornali, ma alla raccolta di articoli che trattano del caso di Alberto Mercuriali ...

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Il Manifesto 3 novembre 2009




04 POLITICA & SOCIETÀ 03.11.2009 - TAGLIO BASSO | di Giusi Marcante - BOLOGNA EMILIA La vicenda di Alberto Mercuriali, arrestato per hascisc e «suicidato» dai giornali - Cronache «vere» di una morte annunciata

Stefano Cucchi e Alberto Mercuriali avevano in comune l'età, 31 anni il primo, 28 il secondo. Entrambi erano stati fermati dai carabinieri con dell'hascish addosso: 20 i grammi che Stefano aveva con sé, poco meno di 60 quelli che sono stati trovati ad Alberto. Ed entrambi sono morti. Le coincidenze di cronaca si fermano qui perché se Stefano è morto in circostanze ancora tutte da chiarire, Alberto si è tolto la vita con il gas di scarico dell'auto che aveva parcheggiato in un terreno di famiglia vicino a Castrocaro Terme. L'ha fatto perché si è sentito tradito dai rappresentanti dello Stato che due sere prima l'avevano fermato e poi denunciato: gli avevano garantito che un minimo di discrezione sarebbe stato mantenuto. La notizia finì invece sulle pagine dei quotidiani locali come brillante risultato di un'operazione antidroga: «Imbottito di droga. Inospettabile agronomo smascherato dai Carabinieri» titolava Il Resto del Carlino. La storia di Alberto Mercuriali e il rapporto che esiste tra i giornalisti e le fonti delle notizie è racchiusa in un bel documentario firmato da due giovani autori: Lisa Tormena e Matteo Lolletti. «Il giorno che la notte scese due volte» è una riflessione sentita su quanto le parole possano fare male. «Quell'estate facevo la cronaca nera a 'La Voce di Romagna' - spiega Lisa - e io sono tra i giornalisti che ha scritto l'articolo dopo la conferenza stampa dei carabinieri». Solo che tre giorni dopo Lisa viene a sapere che c'è stato un suicidio e scopre che a uccidersi è stato proprio quel ragazzo di cui aveva scritto, quello che aveva nascosto la droga all'interno di un libro ( particolare peraltro falso). Qualche giorno dopo vede un manifesto attaccato al muro, a stamparlo erano stati gli amici di Alberto, c'è scritto che ad ucciderlo sono stati quegli articoli di giornale. «Mi sono sentita un'assassina» dice Lisa. Un articolo può cambiare la vita di un ragazzo, hanno scritto gli amici e dalla loro iniziativa è stato possibile raccontare un'altra storia, quella vera, sulla vicenda di questo agronomo che da due anni lavorava al Consorzio agrario di Ravenna. La reazione della società civile ha portato ad organizzare manifestazioni e momenti di confronto cui non si è sottratto l'ordine dei giornalisti dell'Emilia. E mentre il documentario gira, il 10 novembre a Forlì e il 13 a Bologna nel nuovo spazio del Livello 57, prosegue l'azione giudiziaria avviata dai genitori di Alberto che hanno querelato giornali e i carabinieri.


Il Manifesto domenica 1 novembre 2009

STEFANO CUCCHI, UN ORRORE ORMAI SENZA FINE

La morte di Stefano Cucchi sgomenta per il carico di inaudita violenza esercitata verso una persona fragile; colpisce per il peso di omissioni, sciatterie, menzogne, che hanno accompagnato un calvario di sette giorni, dal fermo all'autopsia.

E' una vicenda che condensa in sé -esasperati- tutti i malanni e le contraddizioni del funzionamento della giustizia, del carcere non trasparente, della legge sulla droga.

Stefano Cucchi viene fermato per il possesso di un pezzo di hashish, all'udienza di convalida si presenta con un avvocato d'ufficio; il giudice conferma l'arresto e rinvia il processo a nuova seduta (quali esigenze cautelari impedivano la liberazione o gli arresti domiciliari?); entra infine nel tunnel che lo porta a Regina Coeli, poi al Fatebenefratelli e infine nel repartino bunker dell'Ospedale Sandro Pertini.

In questo percorso costellato di puntigliosità burocratiche non c'è spazio per i diritti elementari di civiltà, prima ancora che per il dettato dell'Ordinamento penitenziario; non c'è spazio per un briciolo d'umanità verso i familiari, prima ancora che per il diritto alla salute e alla vita di un detenuto.

La riforma che ha passato la sanità penitenziaria al servizio sanitario pubblico ha fallito, in un' occasione che poteva costituire il banco di prova per segnare la differenza e garantire i principi costituzionali.
Stefano Cucchi non è un caso isolato, purtroppo.

Che cosa dicono oggi i nomi di Marco Ciuffreda, di Giuseppe Ales, di Alberto Mercuriali, di Roberto Pregnolato, di Stefano Frapporti, di Aldo Bianzino? Sono persone morte in carcere in circostanze non chiare o suicidatesi per reazione all'arresto legato alla detenzione di pochi grammi di stupefacenti. Sono persone presto dimenticate o su cui neppure si è acceso l'interesse dei media e delle istituzioni. C'è da augurarsi che questa volta le indagini procedano speditamente per arrivare a conclusioni non desolanti e non deludenti. Si tratta di sapere subito con precisione come sono andate le cose. Questa sarebbe la prima conquista di verità e di giustizia. La seconda, di non avere riguardi verso gli eventuali colpevoli, qualsiasi divisa essi indossino.

Infine, di riflettere sul serio sui tanti risvolti criminogeni della legge antidroga. Che non solo equipara nell'assurdo rigore delle pene droghe leggere e pesanti; soprattutto, abbandona per furore ideologico i tradizionali principi di garanzia, considerando presunto colpevole (di spaccio), passibile perfino di arresto, anche chi possiede pochi grammi di sostanza. Al di là degli effetti repressivi, la legge alimenta lo stigma verso i consumatori di droghe in quanto tali; indebolisce i soggetti colpiti dalla repressione per la vergogna e la paura; "autorizza" nei loro confronti la violenza morale del disprezzo e dell'intolleranza, anticamera spesso della violenza fisica. Così nel 2000, nel carcere di Sassari gli agenti della polizia penitenziaria poterono impunemente accanirsi contro detenuti inermi, quasi tutti tossicodipendenti, con un pestaggio selvaggio e dai contorni bestiali senza ragione alcuna.

Ci sono poi le attività di polizia sotto copertura per gli acquisti e il commercio di droga, previste dalla stessa legge: con il ritardo degli arresti e dei sequestri, i controlli e le ispezioni senza autorizzazione preventiva dell'Autorità giudiziaria si è dato il via ad attività che si fondano sull'impunità e sulla discrezionalità: che, nel caso di "mele marce" (vedi quelle del caso Marrazzo), arriva fino all'arbitrio, al ricatto e all'arricchimento illecito.

Come ha scritto Adriano Prosperi (Repubblica, 30 ottobre), almeno riconquistiamo l'habeas corpus!

L'Unità 7 novembre 2009


7 novembre 2009 l'Unità edizione Nazionale (pagina 7) sezione "Politica"

Morti per una canna Quegli strani decessi con l’«erba» in tasca Stupefacenti, botte e cadaveri: una lunga lista di casi in Italia Da Aldo Bianzino all’agronomo forlivese Alberto Mercuriali: le manette per marijuana, poi pestati o suicidi per vergogna

di Salvatore Maria Righi

Morire per una canna. Crepare di botte in qualche cella umida, o ammazzarsi di vergogna per un’etichetta che pesa come piombo. Fanno male le manganellate e fanno malissimo le parole, certe parole. Il martirio laico di Stefano Cucchi ha stappato la bottiglia dei veleni sprigionati da una lunga fila di morti bianche. Una Spoon River italiana consumata in silenzio in questi mesi, in questi anni. Mimetizzata nelle pagine interne, tramandata per la testardaggine di qualche moglie, di qualche mamma o sorella, di qualche avvocato caparbio. Croci piantate su piccole ed enormi storie di maria, polizia e arrestati che poi sono diventati cadaveri, spesso pieni di lividi. Come Aldo Bianzino, ebanista di 43 anni che viveva in un casale vicino a Città di Castello, con la compagna Roberta e il figlio Rudra, 14 anni. Una mattina di due anni fa, il 12 ottobre 2007, si è trovato in casa cinque poliziotti e un finanziere delle unità cinofile, stile-Medellin. Perquisizione a tappeto: qualche pianta di marijuana nell’orto e un malloppo di 30 euro, per la questura, bastano a considerarlo un trafficante e a recluderlo nella sezione di isolamento del carcere perugino di Capanne, mentre Roberta finisce nel braccio femminile. Due giorni dopo, Aldo viene ricoverato d’urgenza. Morirà poco dopo nell’ospedale Silvestrini, solo, vestito di una maglietta che qualcuno gli ha pietosamente fatto indossare. A Roberta, che ignara lo aveva visto caricare sull’ambulanza e chiedeva quando avrebbe potuto fargli visita, un vice ispettore capo ha risposto con proverbiale sensibilità «martedì, dopo l’autopsia». Il dottor Patuni, perito di parte, ha riscontrato sul suo corpo «lesioni al fegato, alla milza, al cervello e due costole rotte». Ha aggiunto, il medico, che Aldo è stato ucciso da colpi dati con la sapienza di chi ti fa a pezzi dentro, ma fuori lascia solo qualche ammaccatura. Girano ancora le foto della sua giacca blu da lavoro, buttata sugli attrezzi, come appena tolta, perché è sempre così, quando il treno ti viene contro, non sai mai da che parte arriva. È successo anche a Stefano Frapporti, 48 anni, muratore. Isera di Rovereto, Trentino, 21 luglio scorso. «Cabana», lo chiamavano così, pedala in centro e a un semaforo passa col rosso. Per due carabinieri in borghese ce n’è abbastanza per fermarlo e mettergli le mani addosso. Strattonato e anche picchiato, dicono. I militari lo accompagnano a casa sua, rovistano in giro, trovano un po’ di fumo. La famiglia non vede uno straccio di mandato di perquisizione: in fotocopia, la scena del 15 ottobre a casa Cucchi. Come sia, un altro spacciatore colto in fallo secondo l’autorità, visto che Stefano finisce in manette. E la mattina dopo è un cadavere da mandare all’obitorio. È morto la notte stessa dell’arresto, però, ma la famiglia ha potuto vederlo solo tre giorni, dopo un pellegrinaggio infinito tra un ufficio e l’altro: «Era tutto nero», racconta la sorella Ida. Per la versione ufficiale si è impiccato col cordino della tuta che indossava, eppure per regolamento i detenuti non possono tenere addosso cinture, lacci e derivati. Non ha voluto avvisare la famiglia o un avvocato, dicono le guardie, non ha voluto che nessuno di fuori sapesse nulla: già, proprio come il suo omonimo di Tor Pignattara. Marco Ciuffreda, 37 anni, invece è morto nel novembre 2000 per una sindrome respiratoria acuta «mai assistita, nè in ospedale, nè in carcere», dove è stato trattenuto illegalmente per 52 ore, perché a Regina Coeli non c’erano agenti per accompagnarlo ai domiciliari. E poi ci sono quelli che non ce l’hanno fatta, vestiti con la parola drogato. Come il siciliano Giuseppe Ales, 23 anni, geometra. Il 18 marzo 2005 otto ufficiali dei carabinieri - sì, proprio 8 - gli piombano in casa a Pantelleria ed è proprio lui a consegnarli qualche piantina di marijuana. Manette, caserma, interrogatori in serie. Arresti domiciliari per produzione e traffico di stupefacenti e una “direttissima†già fissata a Marsala. «Scoperto traffico nell’isola» per il Giornale di Sicilia. Due giorni dopo il fratello trova Giuseppe impiccato al soffitto della sua camera. Alberto Mercuriali, 28 anni, Castrocaro Terme: uno spinello al bar, la casa setacciata dai carabinieri, qualche decina di grammi di hascisc. «Insospettabile agronomo imbottito di droga» titolano, tre giorni dopo l’insospettabile si è ammazzato coi gas di scarico dell’auto. Alessandro Maciocia, cremonese: aveva addosso 2.5 grammi e un peso enorme. Come Marco Pettinato, torinese, 26 anni, impiccato con la propria cintura. O Cristian Brazzi, 21, padovano, tre grammi di fumo con gli amici e poi carabinieri. «Mamma, faccio tardi»: tardissimo, anzi. Lo hanno trovato una settimana dopo, annegato nel Brenta.

Dal blog di Beppe Grillo 12 nov. 2009


Dal blog di Beppe Grillo 14 nov. 2009